………Solitamente l’invito alla danza prelude una conoscenza minima tra due persone e un eventuale appuntamento di successo o meno. In questo “Invito Alla Danza” è il titolo di un album delizioso con cui le sorelle Nadia e Angela Tirino , laureate presso il Conservatorio “L. Cherubini” di Firenze e protagoniste in prestigiose sale da concerto, mostrano un approccio quasi opposto. La comunione di passione e talento è uno stratagemma per trasportare le persone in un’altra epoca, in luoghi che si possono visualizzare solo scorrendo le pagine dei libri di storia, ma senza quel revisionismo macabro e angosciante che spesso accompagna certe uscite. La scaletta viene inaugurata da alcune riletture di Johannes Brahms che nel 1865 compose sedici piccoli walzer in omaggio al critico musicale Eduard Hanslick. La particolarità dell’opera è che il compositore tedesco, definito l’antagonista della “musica avveniristica” wagneriana, arrangiò i walzer per due e quattro mani, ricevendo in entrambi i casi il favore del pubblico. I primi due, in si e mi maggiore, servono per staccare l’ascoltatore dai rumori del quotidiano e trascinarlo in un’altra dimensione; il quarto per ammaliare ed il quinto, in realtà il quindicesimo in la maggiore e senza dubbio il più complesso tecnicamente, per stupire. Il viaggio, sonoro ma allo stesso tempo estremamente fisico, prosegue con il magnifico ‘Ballszenen’ di Robert Schumann, uno dei più grandi romantici della storia citato in continuazione nel movimento neo-classico, e con ‘Wiegenlied’ di Halfdan Kjerulf, maestro norvegese che ispirò i poemi di Edvard Grieg. È questo il momento di svolta, non solo per la purezza dell’esecuzione di queste due gemme ma perché improvvisamente la visione delle due pianiste si mostra in tutta la sua globalità. Altre suite sono da compendio ad una offerta sognante che non prelude affatto a qualcosa di poco duraturo ma si traduce in un dono eterno. Da segnalare anche ‘Cantilena Campestre/Scene Di Caccia’ di Mario Tarenghi e ‘Tango Ballade’ di Kurt Weill, trascritta da Giuseppe Fricelli. E da qui la vera modernità. ……. 

                                    Lorenzo Becciani